John Mayall & The Bluesbreakers – A Hard Road

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Recensione: “A Hard Road” di John Mayall & The Bluesbreakers

Un pilastro del blues britannico che ha scolpito il futuro del rock.

“A Hard Road”, il secondo capitolo della saga dei Bluesbreakers, è molto più di un semplice album blues. È un crogiolo in cui il purismo di Chicago e il fervore della British Invasion si fondono, dando vita a un suono che avrebbe definito una generazione. Se il precedente “Blues Breakers with Eric Clapton” (il celebre “Beano”) aveva innalzato l’asticella, questo disco la sposta, mostrando John Mayall non solo come un devoto studioso del blues, ma come un visionario talent scout e bandleader.

Il contesto: un terremoto nella formazione. Il disco segna l’addio di Eric Clapton (che fonda i Cream) e l’arrivo di un diciottenne Peter Green, destinato a fondare poco dopo i Fleetwood Mac. Ma non solo: fa il suo esordio su disco anche un altro chitarrista destinato alla leggenda, Mick Taylor (che poi approderà nei Rolling Stones). Il risultato è un doppio assolo di chitarra (Green e il confermato John McVie, futuro Fleetwood Mac, al basso) che è storia pura.

I punti di forza:

  • La chitarra di Peter Green: Il suo tocco è ipnotico, più malinconico e vibrante di quello di Clapton. I suoi assoli in brani come “The Super-Natural” (uno strumentale psichedelico e pionieristicico) e “The Same Way” sono pura poesia in note. La sua voce guida anche la straziante “You Don’t Love Me.”

  • Eterogeneità e sperimentazione: Mayall rifiuta la ripetizione. Si passa dal blues elettrico scatenato (“Hard Road”) al jazz-blues con sax (“Leapin’ on a Plane”), al folk-blues acustico (“Hit the Highway”), fino alle venature soul con l’organo Hammond di un giovane John Almond. È un album colto ma mai freddo.

  • La “scuola” dei Bluesbreakers: L’album funziona come una formidabile palestra. Ogni musicista ha spazio per brillare, dimostrando come Mayall fosse il miglior “professore” del blues che il rock abbia mai avuto.

  • Le cover e gli originali: Le interpretazioni di classici di Freddie King (“The Stumble”) e Bobby Bland (“Somethin’ on My Mind”) sono impeccabili, ma sono i brani originali, specialmente quelli di Green, a lasciare il segno più profondo.

Perché è essenziale?
“A Hard Road” è il ponte perfetto tra il blues tradizionale e il blues-rock psichedelico che esploderà di lì a poco. Documenta un momento magico e di transizione, catturando il genio di Peter Green appena prima che esplodesse con i Fleetwood Mac. Non ha forse la fama immediata del “Beano”, ma molti appassionati e critici lo considerano un disco più completo, audace e ricco di sfumature.

Verdetto:
Un capolavoro assoluto del blues britannico. Non è solo una raccolta di brani; è un documento storico, una masterclass di chitarra e la prova che John Mayall era il cuore pulsante di un’intera scena. Ascoltarlo significa ascoltare le radici del rock moderno mentre prendono forma.

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